HAMMAMET, DI GIANNI AMELIO, AL CINEMA


Seppur il protagonista di Hammamet, di Gianni Amelio, sia ben riconoscibile – Bettino Craxi è in ogni gesto di Pierfrancesco Favino – l’argomento principale della pellicola sembra essere la Politica, e quell’universo di convenienze e connivenze all’interno delle quali essa si sviluppa.

Il leader del garofano non è che un esempio come tanti di come la malattia dell’avarizia, la tracotanza, l’attaccamento alla poltrona, possano trasformare un individuo al punto di ribaltare, con i suoi comportamenti, proprio quegli ideali socialisti che aveva, precedentemente, sostenuto.

«Non volevo fare un film politico e men che meno militante» afferma il regista, che descrive gli ultimi sei mesi dell’ex presidente trascorsi nella sua villa ad Hammamet, tra la malattia, la famiglia e gli ospiti che vengono a trovarlo.

La trama si sviluppa dalle parole dell’attore principale e mostra più punti di vista, da quello di chi lo ha sempre ammirato a quello di chi ne è rimasto deluso, a chi gli ha voluto bene e ha scelto di rimanere insieme a lui fino alla fine.

Il film suggerisce riflessioni non soltanto su quanto la corruzione sia una costante della politica del Bel paese, con il ricorso ai finanziamenti illeciti, con l’andare incontro a situazioni non regolari pur di mantenere il proprio ruolo o un equilibrio superiore, che è la giustificazione di continui compromessi, ma anche su fatti intimi e realistici come la caduta di un personaggio pubblico.

E, ancora, su quanto sia ammaliante il potere. Il film è pieno di donne devote, dalla figlia, alla moglie all’amante per cui, al di là degli effetti sinceri in quanto familiari, sembra che sul fascino di uomo intelligente, ambizioso e determinato, vinca la sua fama internazionale, il comando che esercita sugli altri, anche in età matura.

Il tema dell’ingordigia è ricorrente, nelle inquadrature dei dolci, dei piatti di pasta, dei momenti conviviali in cui si mangia, collegati proprio a quel magna magna, peraltro citato esplicitamente, di una realtà tristemente italiana.

Non spaventi la pellicola di due ore perché gli attori sono piacevolissimi e, come in ogni film ben fatto, il superfluo non è contemplato: ogni personaggio ha un peso, ogni parola un significato, ogni scena una motivazione.

Nel finale, come eleganti matrioske, si alternano il surreale - in un’immagine che sembra un richiamo a Bellocchio - insieme ad un’amara ironia - elemento che apparteneva a questo personaggio così sarcastico e impenitente - con la figura di un ragazzo “malato di mente”, che suggerisce sospetti che mai saranno chiariti, come i segreti che ogni uomo di successo porta con sé nella tomba.

I dialoghi si apprezzano per la franchezza, iniziando dai primi minuti, in cui, dopo un discorso di Craxi, c’è un confronto con il personaggio interpretato da Giuseppe Cederna che rappresenta, simbolicamente, la coscienza e testimonia l’onestà di un operaio “che non toglie mai la tuta”, nonché di un cittadino che crede fermamente nel Partito, negli ideali di uguaglianza e lealtà, nella possibilità concreta che un sistema politico possa migliorare l’esistenza della popolazione.

Hammamet è, anche, la fotografia di un periodo storico italiano, motivo per cui, insieme a molti altri, rimane un film da non perdere.

Sabrina Sciabica

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