Kamasi Washington, grande jazz allo stato libero

July 22, 2017

 

ROMA - (Ex Dogana 25/07/2017)

 

"Quando non sai cos'è allora è jazz!" esclama un personaggio di una celebre scena della Leggenda del Pianista sull'Oceano di Giuseppe Tornatore. E quello del corpulento sassofonista americano e del suo ensemble è davvero jazz allo stato libero, ricco del pathos dei grandissimi del jazz del passato e commistionato dal funky, dal soul. Kamasi ha invaso pacificamente gli spazi romani dell'Ex Dogana per una data forse tra le più attese dell'intero Viteculture Festival.

La spianata di asfalto all'interno della struttura di via dello Scalo di San Lorenzo è molto ampia. Riuscirebbe ad accogliere fino a seimila persone, ci  dicono. Con questi spazi, non può essere un soldout la data di Washington, ma è certamente una di quelle col pubblico più numeroso dell'intera rassegna. 

Dopo quasi due anni dall'ultimo live romano al Monk e in attesa di un nuovo album previsto per l'autunno, il giovane musicista di Los Angeles, astro nascente e ormai affermato del jazz moderno, porta in scena  il suo capolavoro The Epic, triplo album (oltre tre ore di musica) che nel 2015 tanti critici hanno votato come uno dei più bei dischi di quel'anno. Album che è ormai un novello classico del jazz.

 

In scena Kamasi arriva accompagnato dai suoi The Next Step, band arricchita per questa serata per untotale di otto elementi.

Con il sax tenore del Nostro (classe 1981, davvero giovanissimo ) c'è il padre Rickey Washington senior al sax soprano e flauto traverso, Ryan Porter al trombone, Miles Mosley al contrabbasso e basso elettrico, Patrice Quinn alla voce e ai cori, Brandon Coleman al rhodes, moog e synth e Tony Austin e Robert Miller alle due batterie.

Quasi due ore di vero show jazz. Una sorta di messa laica, una celebrazione della musica jazz e dei suoi infiniti rivoli sonori e immaginifici.  

Una scaletta quasi completamente fatta dall'immenso e triplo disco The Epic di questo magnifico ragazzone nero che ha fin qui mostrato un carisma e una tecnica di esecuzione, composizione e interpretazione che è solo dei grandi padri del jazz a cui certamente si ispira. Unico brano nuovo della setlist “The Truth” un brano inedito interessante eseguito quasi alla fine dello show.

Pezzi lunghi, assoli dei suoi straordinari  musicisti, jazz allo stato libero, senza partiture e briglie, appunto.

 

 

Figlio di jazzisti, Washington è nato a Los Angeles ed è cresciuto ad Inglewood, California. Torna nella sua città natale per gli studi e lì perfeziona la sua tecnica sassofonistica. Forma anche un gruppo musicale con Kenny Burrell, Billy Higgins e il trombettista Gerald Wilson. Washington realizza l'album Young Jazz Giants nel 2004. La sua fama inizia a crescere e comincia a collaborare con artisti come Wayne Shorter, Herbie Hancock, Horace Tapscott, Gerald Wilson, Lauryn Hill, Nas, Snoop Dogg, George Duke, Chaka Khan, Flying Lotus, Thundercat, Francisco Aguabella, the Pan Afrikaan People's Orchestra e Raphael Saadiq.

 A cavallo tra il 2015 e il 2016, per Washington arriverà una fulminea consacrazione. Dopo i primi tre album autoprodotti, incide The Epic, un triplo album ambizioso che lo lancia nel gotha del nuovo jazz mondiale. Classico e tradizionale nel suo genere, la musica di Washington sembra uscita da decenni passati. Antica ma modernissima allo stesso tempo. Le sue collaborazioni con un altro geniaccio della nuova black music come Kendrick Lamar dimostrano l'assoluta contemporaneità e l'eclettismo del Nostro ben "agganciato" al presente musicale. 

Radici però, che sono ben piantate tra la spiritualità di John Coltrane e la psichedelia di Sun Ra. "È un onore essere accostato ai grandi del passato - ha dichiarato in un'intervista per Internazionale -  L’importare è non cercare di suonare esattamente come John Coltrane o Charlie Parker, perché è impossibile riuscirci - continua - (...) Non bisogna cercare d’imitare i grandi del passato, ma capirli a fondo, provando a portare avanti quello che hanno cominciato".

Kamasi dal vivo amplica la sua tendenza più funkjazz, le ritmiche sono frenetiche e i momenti più spirituali sono pochi ma magnificamente incastonati in un tripudio di stratificazioni sonore di altissimo livello interpretativo.

 

 

 

 

 

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