Vasco (Brondi) & le Luci della Centrale Elettrica sulla scia del grande cantautorato

July 18, 2017

 

 

ROMA (Ex Dogana 15/07/2017)

 

Giunti all’Ex Dogana, la prima cosa che balza all’occhio è il palco, incastonato come una preziosa pietra urbana tra la Tangenziale Est e la ferrovia, sfondo che può sembrare quasi una scenografia montata ad arte per il concerto de Le Luci Della Centrale Elettrica in programma. Ad aprire c’è il giovane pugliese Diodato salito alla ribalta dopo il secondo posto all'ultimo Sanremo. Una voce piena, pulita la sua, uno stile inconfondibile, un piccolo viaggio accompagnati da un cantautore che potrebbe positivamente definirsi “d’altri tempi”. Non è una serata affollata. Il pubblico, a differenza di altre volte, sembra essere quello degli aficionados. Molte persone che, con tutta probabilità, dieci anni fa, quando usciva “Le Luci della Centrale Elettrica”, il primo demo autoprodotto di Vasco Brondi,  c’erano e da lì in poi non hanno mai più smesso.

Quando termina l’open-act cala il buio e viene issata sul palco l’immagine delle Seven Magic Mountains, copertina dell'ultimo lavoro della band ferrarese "Terra".

 

Sguardo verso destra. Sui binari un treno è in transito. Milioni di puntini luminosi si spostano in avanti. Sguardo a sinistra. Le auto sfrecciano sulla tangenziale. Secondo impercettibile di silenzio.

Applausi, urla.

Le Luci della Centrale Elettrica. Tutto ha inizio. Accade.

Coprifuoco, Qui, Stelle Marine è il trittico fulminante che subito scalda i quattrocento accorsi a sentire Brondi e Le Luci. Comincia così Vasco. Qualcuno alza le mani al cielo, qualcuno chiude gli  occhi, qualcun altro orgoglioso canta a squarciagola il ritornello   Adesso sono qui, è un superpotere essere vulnerabili”. Ed ecco che arriva "lei", maestosa, elegante, dannata: Machbeth nella nebbia, tratta da Costellazioni, con che l'altro Vasco, quello più giovane e ferrarese intona: “e non era, non era, non era per te aspettare la notte”  Il pubblico sembra restare inesorabilmente avvolto da una bolla spaziotemporale che ferma il tempo esattamente lì, in quello spazio infinito che lega la vita di ognuno alla vita di tutti. Si continua con una scaletta degna di un viaggio tra amici lungo 10 anni, veri e propri inni generazionali per tutti quei ragazzi cresciuti negli anni 2000, i cosiddetti "millennials". "Quando abbiamo fatto il primo album  in tantissimi avevate solo 10 anni!" ricorda lo stesso Brondi al suo giovane pubblico.

In Quando Tornerai Dall’Estero  si canta di amori lontani. Arrivano La Terra, l’Emilia, la Luna, Ti vendi bene. Si prosegue tra pezzi di oggi e pezzi di ieri. Qualcuno si abbraccia. Un altro treno che fende i binari.

Con il brano 40 km tanti dal pubblico si sentono direttamente interpellati. Ogni ragazzo di provincia guarda l’amico vicino, come a dirgli ‘parla di noi, di noi che, in fondo, ci siamo comunque salvati’.

Il gruppo esce. Resta Vasco da solo con la sua chitarra, il microfono e tutto il suo pubblico. L’effetto è al limite del surreale e tutto ritorna esattamente come 10 anni fa. La splendida Piromani del 2007 arriva così, semplice, scarna, nuda. Quattro ragazzi si abbracciano.  Cantano verso il cielo. Nulla o tutto torna uguale a dieci anni anni prima.

 

Si continua. Le Luci della Centrale Elettrica dopo 20 brani chiudono con Nel profondo Veneto perché alla fine c’è sempre qualcuno che torna a casa, perché alla fine c’è sempre un’adolescenza che finisce per far spazio al futuro. 

Gli album e i tempi ai quali risalgono i pezzi sono inconfondibili. Vasco Brondi, con la scaletta di questo concerto sembra raccontare un’unica grande storia, che forse è la sua, forse è quella di ognuno dei presenti, forse è di ogni persona del mondo perché sul Brondi sono state dette e scritte tante cose, ma la verità è che, al netto di chi lo ha conservato come la sua personale colonna sonora, a lui va il merito di essere in grado, con ogni testo, con ogni musica, con ogni esibizione, di riportare ogni dimensione globale ad una dimensione personale, in cui ognuno può e deve riconoscersi per capire. Dove le fragilità possono essere esposte. Dove si può essere sgraziati, vulnerabili, sconfitti, perché il futuro resta lì, inesorabile, a sorriderci.

 

Sul palco  del ViteCulture Festival insieme a Brondi c'erano Marco Ulcigrai alla chitarra, Matteo Bennici al basso e al violoncello, Giusto Correnti alla batteria e Angelo Trabace alle tastiere.

Luce. La band saluta. Il palco si svuota. Un treno fermo, riparte. Qualcosa è accaduto. Qualcuno torna a casa uguale.  Qualcuno torna diverso. Buio.

 

 

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